Probabilmente potrei essere definito un romanticone, a mio modo lo sono di sicuro, e quello che mi garba di più del mondo attuale è proprio quello che non è più, ciò che ho giustamente vissuto in questi sessantasette anni e ripassare i tanti ricordi, fors’anche insignificanti, come quello del Gigante Grissino.
La mia mente partiva per dei viaggi
di immaginazione, tanto ricche di particolari, che mi figuravo di viverle anche
quelle storie dei fumetti, di essere lì in prima persona.
Sulla sua isola insomma Grissino con
uno starnuto spostava violentemente le nuvole e provocava una tempesta sul litorale e sulla città di Braccio di Ferro e di
Olivia.
Mi ricordo proprio bene di questa
storia in particolare nel lettone a casa dei nonni, con dei problemi di illuminazione
non indifferenti, visto che si doveva stare sotto le coperte anche con la
testa, a causa del freddo. Si doveva fare una specie di lucernario tra le
spesse coltri in modo che il gelo non se ne approfittasse ed entrasse il meno
possibile.
Ricordo il cuoco del manicomio, un
uomo grassoccio, forse rosso di capelli, ma li aveva così corti che non si
vedeva se erano bianchi, perché non era tanto giovane, ma si indovinava il
rosso dalle sopracciglia appena accennate su quel viso largo e sorridente a mio
padre, medico dell’ospedale psichiatrico, con il quale aveva aveva una specie
di amicizia o qualcosa del genere, che una volta si creava tra persone che
lavoravano a fianco, pur avendo incarichi assai differenti e per le quali si
sentiva una certa stima e simpatia reciproca.
L’unica volta che sono entrato da
bambino in quella imitazione arrotondata di grande torre tagliata, dalla quale la
silhouette del manicomio si riconosceva da lontano. Racchiudeva altre numerose stanze
oltre alla enorme cucina, dove sono tornato solo in vecchiaia, in una visita
guidata del manicomio ormai abbandonato da decenni.
Anni dopo ci ho messo un po’ a
ricollegarlo, ma quell’uomo assomigliava assai a un certo attore e relativo
personaggio di Goldfinger, nel film di James Bond.

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